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sabato, 29 gennaio 2005

 Gradi 0 a Sturla

Tempo tiranno, quando d'obbligo lo so gestire. Quando è libero in mano mia scorre come se le lancette fossero sparate a cronometrare un sistema di numerazione che non fa parte di questo pianeta mentre i movimenti hanno il dolce sapore della narcolepsia. Nei sabati pomeriggio solitari perché ogni suono non desiderato sembra solo di disturbo. La mia paura di fare sempre tardi sul mondo. Desiderare assolate giornate e arrivare solo a tramonto completato. Senza meta, sfidando la morte dove quattro strade si uniscono, ognuna con la sua diversa destinazione. Lascio al caso, il primo bus che passerà deciderà il mio tragitto. Vicino all'uscita, premendo il tasto di discesa ad ogni fermata perché ogni fermata è buona. Basta lasciare spazio all'immaginazione. Un portone, una vetrina, una panchina, un bar. E mi ritrovo sulla spiaggia deserta. Il sole dorato e debole si unisce al freddo facendomi lacrimare gli occhi. Sabbia morbida e pulita che abbraccia la piccola foce del torrente. Il mare in inverno è al massimo della sua bellezza. Gli stabilimenti vuoti danno un'aria di desolazione e decadenza, quell'incertezza nell'attesa che la vita rinasca. Case antiche dai vivaci colori che fanno da cornice. Il sole sparisce lentamente dietro Capo Santa Chiara e la vallata inizia a tingersi di buio.


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giovedì, 27 gennaio 2005

Mi erano rimaste solo immagini squallide, dalle quali il mio sguardo voleva fuggire. Sola quando tutti erano andati via. E sono venuta a cercare te. Le tue parole che mi tramortiscono perdendosi nell'aria tiepida della notte. Parole che mi accarezzano i capelli, i fianchi e le braccia come se fossero mani, che sfiorano tra la gonna e la maglietta facendomi sentire ipnotizzata e bloccata in un angolo di mondo del quale mi sembra pure dimenticare il nome. Una fuga lenta, fatta apposta per essere acchiappata. Interpretando una scena gia scritta come in un copione, un milione di volte, per un milione di anni. Timidi tentativi di stringermi la mano, ai quali non rispondo come agli appena accennati abbracci. Sembri un bambino che cerca di vincere le sue paure. Avevo solo voglia di divertirmi a giocare al gatto e al topo. Senza specificare il mio ruolo. Mi sento un peso senza vita, con le braccia distese che sembrano cadere, finché non poggio la testa sul tuo petto e sento il tuo cuore battere. Ed è come se il tuo cuore restituisse il battito al mio. Una tenerezza che non è più estranea. Non so cosa mi ha portato qua. Ma so che non voglio guardarti negli occhi, perché ho paura di quello che puoi leggere nei miei. Giocare a nascondino con le parole, mai più inutili. Ritornare alla realtà. Domani mi chiederò se è successo davvero, o la mia mente ha solo creato immagini dolci per coccolarmi nel sonno.


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martedì, 25 gennaio 2005

 Nel libro delle fate estraggo la carta della strega officinale. Che pulisce il bosco e lo riordina. E mi invita a fare lo stesso con la mia vita. Forse è un po' tardi per fare i propositi di fine anno. Quando chiudo gli occhi mi visualizzo che cammino in strette e vuote strade con drappeggiati veli dai colori tenui.  Forse dovrei inventare una nuova linea da segnare con la matita. Immagini nuove, da diverse angolazioni. Colori nuovi nella mia tavolozza, inventare accordi nuovi nella mia chitarra. Eppure ricordi di odori antichi ritirnano nella memoria delle mie narici, pane caldo appena sfornato, umido e crudo, fiale di pappa reale, la torta di zucca di mia nonna, penetrante trielina che quando si inizia a non sentirla più è per lo stordimento da questa procurato. Vorrei ubriacarmi di Lancers sotto un albero mentre il sole tramonta. Non lo ho mai pensato in vita mia, ma vorrei che fosse estate.


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sabato, 22 gennaio 2005

 One day you'll look

to see I've gone

For tomorrow may rain

so I'll follow the sun

The Beatles


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giovedì, 20 gennaio 2005

 Stranamente, svegliata bene stamattina. Stupita addirittura, mentre mi facevo la doccia. Per fortuna, oggi ne avrò bisogno, per dover andare li. Oggi mio fratello si laurea, e ovviamente devo presenziare. Io e mio fratello siamo entrambi figli unici. Però abbiamo deciso di essere fratelli. Tanto tempo fa. Dovevamo nascere lo stesso giorno, nello stesso posto. Forse avere pure la stessa vita. Io ebbi un po' di fretta, lui arrivò in ritardo. Ma dividemmo culla e latte. Opposti e uguali allo stesso tempo. Il diavolo e l'acqua santa. Ovviamente io sono il diavolo, ma non per vantarmi. Chiunque può essere demoniaco in confronto a mio fratello. Così, se lui ha sacrificato la sua vita solo per il successo e la posizione, oggi può inserire un altra perla alla sua collana. Io ho sacrificato la mia vita per ricevere il nulla in cambio, slabrando tutti gli addobbi sulla riva del fiume Lete. Ma non posso non presenziare. Ho deciso di rimanere digiuna, così da non rischiare di espellere tutto. Come quella volta che ho vomitato nell'atrio di Balbi 5 (non so che facessi da Balbi 5, dato che io facevo filosofia) anche se la scena doveva essere stata molto molto comica. Somatizzazione di qualsiasi cosa, devo smetterla di pensare a me stessa. Oggi non è il mio giorno. Ecco, il senso di benessere di stamattina è gia sparito. Momo mi ha già chiamata per dirmi di arrivare prima possibile perché a lettere non ci si può mai fidare degli orari. Il pesce nuota negli infernali fondali marini, l'ariete scala le montagne.


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martedì, 18 gennaio 2005

 Valentina

Pesante raso, taffettà, metri e metri di tulle e velo nero. Ma anche eccentriche fantasie sixties dagli sgargianti colori. Cachemere rosso profondo. Non avrei dovuto comprare quel librone, sapevo che sarei rimasta incantata da quella figura. Dai profondi occhi scuri, con un fisico snello che salta da un sogno allucinato all'atro. Lunare e malinconica come me, con quello charme da diva d'altri tempi che anch'io ho sempre cercato di emulare. Ama le linee morbide, scarpe civettuole, ma ama anche gli stivali. Biancheria sofisticata. Riempo pagine e pagine di album di disegni. Linee sulla cartavelina, cerco di fare una pianta razionele di tutte queste visioni. Spero di non essere immodesta. Se non sarò placata dalla pigrizia e spero ancor meno da incapacità, questa primavera esporrò un guardaroba ispirato alla mitica eroina.


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domenica, 16 gennaio 2005

 La mia personalità nettuniana si diverte a creare ogni giorno dipendenze sempre nuove. Ad esempio il computer è ormai anche per me una dipendenza. Ora che sono proprietaria di un blog più che prima. Quanti pomeriggi e sere pigre e solitarie passo gaiamente viaggiando nell'artificiale rete. Considerandolo un buon modo di trascorrere il tempo, soprattutto per l'economia della cosa. Con le mie mani bucate ogni mia uscita di casa è un potenziale attacco ai miei fondi pensionistici. Di fronte al monitor non rischio di sprecare soldi in aperitivi, vestiti e cosmetici inutili. Certo, i soldi sono capace di spenderli in maniera maggiormente capace di arricchirmi, come in cinema e mostre d'arte, ancora troppi che non voglio perdermi. O in maniera più sana e gratuita, facendo una passeggiata sul lungomare o un pic nic ai parchi. O tentando di completare quel romanzo che tengo nel cassetto da tre anni. Ma il bello del computer è che come tutte le droghe pensi di potertene staccare quando vuoi. Se una dozzina di anni fa mi avessero predetto, guardando nella sfera di cristallo, che sarebbe successo questo non ci avrei creduto. Mi sarei messa le mani nei capelli, avrei maledetto me stessa e il fatto che anche io sarei diventata schiava del sistema. La mia è l'ultima generazione che ha potuto vivere un'infanzia lontana dall'informatica, scorrazzando il pomeriggio dopo la scuola a giocare sulla spiaggia e saltando sugli scogli fino a cena, invece che essere chiusa nella mia cameretta con il pc. Le prime volte che sentii parlare di computer e informatica sentii subito un odio viscerale. Non potevo capire come quelle scatole fredde ed esteticamente sgradevoli potessero nel giro di anni diventare un oggetto indispenabile per la vita quotidiana. Al museo della scienza e della tecnica di Milano maledivo il calcolatore di Pascal, sognavo squadre di topi ammaestrati a mangiare ogni filo di collegamento informatico, rendendo impossibile il recupero facendo così tornare il mondo intero all'iniziale ignoranza. Ammetto, se al mondo esistessero solo persone come me vivremo ancora nelle caverne e avremo paura del fuoco. Scandalizzata fui quando sentii dell'ipotesi che in un futuro i libri, quotidiani e riviste sarebbero stati di possibile lettura sul computer. A mio parere la mancanza del tradizionale supporto cartaceo avrebbe svalutato qualsiasi parola scritta. Ma le informazioni, qualsiasi sia il supporto su cui sono fornite, sono sempre utili. Fu quando sentii la rete un aiuto per i miei studi, la mia cultura e interessi personali che ammorbidii le mie limitate vedute. Quando frequentavo le scuole dell'obbligo fare informatica era una cosa sperimentale che non tutte le scuole potevano permettersi di fare. Speravo che il fatto di fare le scuole in un quartiere bigotto e reazionario mi salvasse da una precoce informatizzazione, ma purtroppo non fu così. In tendenza con le nuove vedute i miei genitori si preoccuparono presto della mia educazione. Inglese e informatica, non molto tenuti in considerazione fino ad allora. Compiti che vennero affidati (assieme all'imparare ad andare in bicicletta) alla cura di mio padre, che per mancanza di tempo capii che doveva delegare ad estranei privati, dopo un iniziale periodo in cui mi convinceva che avrei potuto imparere ad usare il computer leggendo le istruzioni rigorosamente in inglese (alla bicicletta ci pensò un'amica di famiglia in Piemonte). Ma con il mio inglese allora poco più che scolastico riuscii a trovare un solo interessante programma che insegnava la pronuncia inglese. Uno scriveva la frase desiderata, schiacciava "enter" e dalle casse usciva la corretta pronuncia. Passavo pomeriggi a scrivere parolacce, bestemmie, frasi assurde o solo buffe per poterle sentire ripetere con quella voce british, seriosa, fredda e robotica. Ho sempre avuto un'ottima pronuncia inglese. Ma i ricordi sul computer più importanti sono legati a due notti. la notte in cui il primo computer entrò in casa mia. Queste enormi scatole con sopra la scritta Apple. E io che cercavo di collegare i fili, trascinando il pesante contenuto sulla scrivania di legno chiaro della mia camera da letto. Sentendomi emozionata per l'importanza della cosa, e privilegiata, perché ero la prima dei miei compagni di classe a possedere qualcosa del genere. Era la notte in cui Michelangelo, il più grande virus informatico da allora creato, infettava i computer di mezzo mondo. Era la notte in cui moriva la mamma della mia migliore amica. Era la notte in cui compivo dieci anni. L'altra notte. Una notte d'estate fresca e limpida,  nell'aperta e isolata campagna brettone. Quella notte veniva inaugurata internet. Non si parlava d'altro, alla tv e sui giornali. Nonostante non sapessi il francese capivo l'importanza della cosa, che non riuscivo di per se a capire veramente perché totalmente nuova e distante dalla mia mentalità. In realtà nessuno poteva ancora capire. Il conto alla rovescia, nel giardino del ristorante per il grande evento. Seduta da sola sul prato, sotto il cielo stellato. Guardavo le stelle perché pensavo che forse anche loro, con cotanto rivoluzionario cambiamento, avrebbero potuto avere qualche reazione. Ma neanche gli asteroidi e i satelliti si smossero. Perché il cambiamento era solo sulla superfice del pianeta Terra. E io capii che nei confronti del mondo, mi sarebbe sempre mancato qualcosa.


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venerdì, 14 gennaio 2005

 Mi ricollego all'articolo della Ravera nel punto in cui cita l'alto consumo di ansiolitici e antidepressivi. Effettivamente l'Italia, da brava colonia statunitense quale è dal 1945, è il paese dopo gli USA con maggiore consumo pro capite. A sto punto il suo considerare la legge di Sirchia un catalizzatore per tale consumo non mi sembra così eccessivo come può sembrare da una superficiale lettura. Spero di non rientrare (ritornare?) in questa categoria da domani. Fino ad oggi le mie uscite si sono limitate a brevi dopo-cinema. Oppure mi sto solo preoccupando a vanvera per il modo in cui è posta la questione e non per la questione in se. In una Irlanda al divieto di fumo non mi feci alcun problema, l'ultima Pasqua.  Oggi inizia il mio primo week end italiano all'american way of life. Non so come potrà reagire il mio sangue dipendente da nicotina da sei anni.

Reazioni possibili?

-mordere qualcuno

-mordere me stessa

-dare testate contro il muro

-saltare addosso a qualcuno o qualcuna pur di tenermi occupata

-ballare fino allo sfinimento

Se Sirchia sarà il responsabile di mie obesità, ninfomanie, bisessualità, isterie, sadismi, autolesionismi e psicosi lo saprò finito il week end. Ovviamente solo nel diario dei vizi privati. Qua appunto solo le pubbliche virtù.


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giovedì, 13 gennaio 2005

 Qualche mio lettore che mi conosce bene e che conosce bene le mie abitudini può essere rimasto stupito del fatto che io non mi sia ancora espressa sulla nuova legge antifumo. Un po', diciamolo, io preferisco parlare a vanvera e scendere nel mondo reale non è uno dei miei hobby preferiti. Un po' ho preferito guardare i primi effetti prima di poter esprimere giudizi. Ieri è forse stata la mia prima vera giornata "Sirchia style" e quindi prima non avrei potuto parlarne.

Per quanto la mia apparizione al Madeleine ieri sia stata molto fugace, i miei occhi truccati molto più pesantemente del solito e gia provati da due ore di proiezione cinematografica, sono tornati a casa intonsi. Pochissime le sigarette che non fecero ritorno in camera mia. Per ora sofferenza alcuna. Ma vedere un qualsiasi locale che ero abituata a percepire vagamente tra una nociva nube mi ha fatto pensare quanto quella dolce e malsana nebbia ci potrà mancare. Non ho mai considerato le sigarette ornamento del viso o accessorio per apparire al meglio, neanche ho mai considerato le (per quanto deliziose) allusioni sessuali che circondano le donne che fumano. Ma qualcuno ha mai considerato che il fumo di sigaretta nei posti ad alta concentrazione umana e con alte aspettative di socializzazione altro non è una rete che ci protegge dagli altri? Una sigaretta per isolarci dagli altri, dal contatto. Ieri non ho mai visto così tante persone ansiose per ragioni indecifrabili. Che il fumo sia un nocivo scudo contro la socializzazione? Questo lo chiedo ai non fumatori. Sarà un peccato non poter più liquidare pretendenti molesti lanciando un soffio di nicotina nei loro occhi. Anch'io, d'ora in poi, sarò più scoperta. quando mi capiterà di passare molto più tempo in un locale, all'uscita sarò assalita da una tremenda voglia di panino con la porchetta, e la cosa mi dispiacerà molto di più di un colpo di tosse. Ma forse il mattino dopo non mi sveglierò con voce alla Courtney Love.

Per quanto riguarda il risvolto etico, morale e politico della questione preferisco usare le parole di una giornalista per la quale ho una grandissima stima

"Il nostro è un Paese serreale, tutte le volte che si riesce a non piangere, viene veramente voglia di ridere. Prendiamo, per esempio, la sirchiata più grossa recente e gravida di effetti collaterali non desiderati: il divieto di fumare ovunque e comunque, unito all'invito alla delazione scopo multa, maggiorazione del conto ("così me la paghi tu la ventola, pezzo d'un fumatore") nonché-prossimamente- la mutilazione dell'indice e del medio, dita accusate di reggere l'infame cilindro di carta ripieno di tabacco nocivo. Ci sarebbe da piangere, perché ancora una volta veniamo trattati come bambini che non sanno-da soli- gestire la caramella e la medicina, ciò che fa bene e ciò che fa male. Ci sarebbe da piangere perché il divieto, con tutto il suo alone liberticida e tutto il suo fascino proibizionista, sta facendo inclinare i nostri figli, che già fumano troppo, a raddoppiare il tasso di marlboro nel sangue scopo ribellione al sistema. Ci sarebbe da piangere perché ancora una volta, invece di insegnare la buona educazione cioè il rispetto dell'altro da sé, (altro da sé="il non fumatore" per il fumatore, "il fumatore" per il non fumatore) si piglia la scorciatoia della punizione, come i genitori scemi.

Ci sarebbe da piangere perché George W. Bush se ne fotte del protocollo di Kyoto, ammorba liberamente l'atmosfera del mondo intero, se ne strafotte dell'equilibrio ecologico e poi arma crociate contro le sigarette manco fossero stecchini di napalm e già me lo vedo lì che si frega le manine perché la colonia italina segue i suoi passi. Ci sarebbe da piangere peché questo Ministro, che ha tanto a cuore la salute dei nostri adulti bronchi in pizzeria, consente che muoia di fame una bambina di 16 mesi a Bari. Monitorare baraccopoli e periferie miserande, vegliando sullo stato di salute dei molto vecchi dei molto piccoli e dei molto poveri, non sarebbe molto più urgente che fare la guerra all'ammazza-dessert, colpendo chi si accende una sigaretta magari pure slim? Ci sarebbe da piangere si o no? Si, però c'è anche da ridere. C'è da ridere perché i votanti di Forza Italia di genere tabagista, hanno inondato il sito di bandiera, con rilievi assai opportuni, tipo: ma dove è finita la libertà, ce l'avevate promessa, ve l'abbiamo pure votata, ci avete invitato ad abitare la sua Casa e adesso? In casa della libertà si vieta un vizietto nemmeno fra i più tremendi, più che un vizio una cattiva abitudine. C'è anche chi iscrive d'ufficio il povero dottor Sirchia fra i comunisti (è vero che è una compagine spaziosa, in cui Berlusconi ficca chiunque non lo adori, però... un po' di decenza: vorremmo poter scegliere con chi condividere eventuali luoghi di deportazione, personalmente preferisco giocare a bazzica con Pietro Ingrao che con il Ministro della salute). "Abrogate la legge comunista contro il fumo", strilla un votante pentito... certo fa ridere, però fa anche pensare: uno stato che ficca il naso nella vita private, veglia e vieta, effettivamente, ha quel sapore li, puzza un pochino di Stalin, e io capisco quelli che-a differenza di me che da piccola ho equivocato- lo stile soviet l'hanno sempre odiato. Resta il fatto inequivocabile che ridere fa bene.

Quindi: facciamoci una bella risata. Ridiamo perché c'è stato un aumento (lieve per ora) della vendita di ansiolitici e antidepressivi (che fanno malissimo) in corrispondenza alla legge di papà Sirchia. Ridiamo perché i senatori avranno un "fumoir" perché loro si che hanno diritto. Ridiamo perché un giovanotto a Bologna ha minacciato con pistola l'oste che voleva fargli spegnere la sigaretta (un caso isolato?). Ridiamo perché il terziario della ristorazione, non certo un ceto rivoluzionario, quando vedrà scendere drammaticamente gli introiti già decurtati dalla crisi economica, avrà cedimenti di nervi e di fede nel neoliberismo. Ridiamo, ma a labbra chiuse, in apnea, perché, se si ride a gola spiegata, il rischio di inspirare polluzione senza filtro, è altissimo. E, soprattutto, in certe ore e in certe città l'aria fa davvero male. A quando un reparto per chi preferisce non respirare?"

Lidia Ravera

"L'Unità", 13/01/05, pag.24


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lunedì, 10 gennaio 2005

 Guardando vecchie foto mi rendo che i momenti più felici sono stati quando ricercavo l'essenzialità. L'ho trovata? No.  L'ho saputa trattenere. Non penso proprio. Questo ha qualche significato? Forse no. Quando qualcuno mi dice che non si sente compresa. Perché alle persone che non mostrano la sofferenza non è concesso patire, nessuna pietà. Inutile dire che la capisco. Nelle serate distesa sui gradini di qualche chiesa, cappotto aperto, a ridere davvero. Inutile dire che adoro questi momenti. La moltitudine di vestiti che addobbano le multiformi personalità di ogni essere. Inutile dire che vorrei avere un solo vestito. Ma vedo che molto più spesso di una volta, il mondo sembra somigliarmi. Inutile dire che la cosa mi lascia perplessa. Ogni tanto la luna grazia anche la mia personalità, colorandola con le sfumature dei fiori. Inutile dire che mi piace approfittare della situazione.


Postato da: des.esseintes a 22:02 | link | commenti (7)

 

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