allucinazioni tinta pastello
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Non è infedeltà ma solo incostanza. L'odio è la sola costanza, ma anche di questo sono sempre stata incapace. L'eterno ritorno che torna, ciclicamente. Non comandato, come tre anni fa, come dieci anni fa, come quindici anni fa. Arriva e mi libera dalle più apparentemente innocenti dipendenze e mi lava le viscere. Ma sempre, riconosco che le eterne certezze ci sono sempre, accanto a me. Chi da dieci anni, chi da più, chi da tutta la vita. Tornano sempre a coccolarmi. Ma il sonno e il torpore che mi avvolgono sono un segno che devo ascoltare, addormentandomi su qualsiasi supporto senza eccezione, pure con Ovidio e Sant'Agostino come cuscino.
Non parlate di primavera perché ho un freddo micidiale, ma i toni rosati stanno spuntando sul mio viso e variopinti colori cancellano i monocromatici accostamenti del mio abbigliamento. Solo per divertimento. La luce non è più bella, perché è sempre stata bella. E' solo meglio distribuita, fino all'ora di cena.
Scendendo al capolinea dell'autobus, una donna con il piattino suona "Bella Ciao" con la fisarmonica. Ammazzando il tempo mentre aspetto, la traduco in inglese nella testa. Il ritardo si fa più consistente, inizio a tradurre anche "Ma Se Ghe Pensu" e "Fratelli d'Italia" e arrivo alla commozione. Smetto di sperare nell'arrivo e prendo penna e tacquino e le riporto per iscritto. Ci sono persone più ritardatarie di me al mondo e quando ci penso la cosa mi suona strana. Alcuni versi sono così potenti che in qualsiasi lingua mantengono la forza. Avete mai letto l'inizio de "L'Inferno" in inglese. L'inno nazionale ha un testo davvero immaginifico, precede le associazioni d'idee.
Ma intanto il miracolo si è compiuto. Aspetto l'arrivo dei ritardatari senza che nel frattempo il sole tramonti!
Sono di nuovo in partenza senza essere in vacanza. I miei capelli sono sempre più lunghi e sempre più rossi. Purtroppo mi è sempre toccato chiedere scusa ogni volta che sto male. Quando tornerò avrò molte scuse da fare e anche da ricevere. Vorrei essere solo in vacanza da me stessa.
Frammenti II
All'inaugurazione la folla non invitata è stipata curiosa dietro al nastro rosso. Un'anonima busta che esce timida dalla mia borsa il lasciapassare. "prego, signora, si accomodi". odio l'invidia, faccio il possibile per non scorgerla. Il mio benvenuto è un vassoio contenente diverse bibite, retto da una livrea ben indossata."prego, signora, cosa desidera?". La mia voce inudibile azzarda uno spumantino. Spero il primo dei tanti, migliore cura per ammazzare le emozioni. Tante livree, pronte a servirmi, nutrirmi, dissetarmi, reggere i miei pesi. Un'adorabile solitudine in una massa accaldata. Musiche di Broadway che risuonano. Non so se nella mia testa o escono dagli altoparlanti. Sere in angoli dei vicoli, seduta sulle saracinesche abbassate. Anonime bottiglie d'acqua che contengono intrugli alcolici creati con quello che si trova. Avvolte in sacchetti di plastica, come i barboni. Si, ma con sacchetti di Chanel. La mia vita à un ballare da un tailleur e un abito da sera a un jeans e un Dc Martens. Gala e balli alcolici. Politici e drag queens. L'abitudine non mi fa notare la differenza. Sempre che esista una differenza. Stamattina mentre compravo sfilze di giornali dall'edicolante, urto senza volerlo il capo di una bambina. "scusami, ti ho fatto male? mi dispiace!". Il suo visino di porcellana contornato da liscissimi capelli color miele rimane chino, come se non avesse sentito. La fisso curiosa, stupendomi della maleducazione di una bambina dall'aspetto così gentile. Notando i miei sguardi, senza guardarmi mi dice "i grandi non chiedono scusa ai bambini!".
Cultura per osmosi
Ormai ho fatto mia la considerazione che la conoscenza si può ottenere attraverso il contatto cutaneo di libri di testo con la pelle. Attraverso i pori l'inchiostro viene assorbito fino ad arrivare al cervello. Porse dovrò perfezionare la tecnica. Oppure la colpa è solo del fatto che per i libri sono contenuti in una borsa che cade all'atezza del fianco, anch'esso coperto da giacche, gonne e pantaloni. Cappellini di carta da indossare nella zona più atta alla conoscenza può essere una soluzione. Tenere i libri sotto il cuscino, ascoltare nastri registrati durante il sonno saranno i prossimi tentativi. Invidio la buona vecchia cara Super Vicky, inquietante eroina televisiva della mia infanzia, le bastava sfogliare qualcosa per impararlo a memoria.
Mind The Gap
Mi è capitato negli ultimi tempi di prendere per la seconda volta nella mia vita la metropolitana della mia città. Dalla prima sono passati dodici anni e la rete è stata allungata. Nel frattempo ho collezionato numerosi abbonamenti della tube di Londra, conservo ancora la carde orange settimanale del metrò di Parigi obliterato il giorno del mio diciottesimo compleanno e ho ricordi di innumerevoli corse a Barcellona, Milano e Roma. Le mie considerazioni sono positive, pulita e ordinata come mai avrei immaginato in Italia. La sua aria sobria e sottilmente post moderna mi ha ricordato le stazioni londinesi di Elephant & Castle e Hammersmith (Jubilee line, quella di più recente costruzione). Non riuscivo a trattenere le risate, guardando il tracciato del breve percorso sopra la porta, ripetendo nella mente con quella vocina elettronica che ho sentito tante volte "the next station is Darsena, this train terminates at Brin, please, mind the gap between the train and the platform". Ma ero sola, nonostante i tentativi di nascondere il viso dietro le mani e il walkman in cui suonava forte "Guess I'm Falling In Love" dei Velvet Underground, mi sentivo cretina. Ma nascosto nel cassetto della mia biancheria c'è un biglietto aereo per Londra, quando tornerò il confronto sarà più onesto. Anche se è altamente provabile che passino altri dodici anni prima che io prenda di nuovo la metropolitana a Genova.

Ci sono fantasmi dai quali si scappa dalla paura di poterli immaginare vivi.
Ci sono ricordi dai quli si fugge come da una lezione noisa a scuola.
Tanto la lezione la ho gia imparata.
Mi massaggio le tempie e nuca come se i movimenti circolari delle mie dita possano espellere il dolore dalla mia testa mentre mia nonna mi dice "Ti piacciono le feste a sorpresa?", "le trovo idiote" è la mia risposta. E continua a pulsarmi, la testa, mentre aspetto che Andrea e gli altri arrivino , cercando di provare finte espressioni di stupore prima di doverle interpretare. E la testa continua ancora a farmi male mentre cerco l'aiuto della memoria per cercare di distinguere le recenti immagini passate. Quali vere, quali immaginate, quali sognate nel mio sonno disturbato. Le piume dell'acchiappasogni sul mio viso dopo che è caduto dal suo momentaneo posto tra il muro e la cornice sopra il mio letto. Una sussistenza passiva ormai radicata. Una sindrome regressiva inedita e completamente fuori luogo. Oggi compio ventitré anni e l'anonimato di questi due numeri mi fa venir voglia solo di non pensarci. Resistere ad una follia dilagante è l'unica mia preoccupazione. E l'età non ha importanza al momento. L'inutilità delle parole non è mai stata così incomprensibile. Ventitré anni non li vorrei avere oggi, ma se ne avessi nove forse sarebbe uguale. Così, ben venga un'età anagrafica che forse mi rappresenta. Non lo so. Però forse mi aiuta.