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martedì, 26 aprile 2005

Abbigliamento da pioggia d'ordinanza, mi rendo conto che era un po' discutibile e poteva far credere qualcos'altro. Tingo la mia solita monocromatica divisa con un foulard rosso e polsino dello stesso colore. Ritardo indifferente, ma tanto a Genova la puntualità è una parola che ha poco significato. Sfumata la possibilità di andare a Milano causa bronchite della mia accompagnatrice rimedio sul più discreto-anche se sentito-corteo cittadino. E' appena partito e mi piazzo in fondo, in cui è situato qualche eroe locale, il mio naturale passo veloce e la curiosità di cercare visi famigliari e in pochi minuti mi trovo in cima tra le massime cariche cittadine. Lo capisco dai flash dei fotografi. Da quando ho due anni colleziono foto di giornali che mi ritraggono al capo dei cortei. All'altezza del Ponte Monumentale ristabilisco l'equilibrio mettendomi a metà e nel minuto di silenzio zittisco un passante che parla forte al cellulare "non so perché c'è così tanta confusione oggi in centro". Sul palco sfilano una notevole quantità di ex-sindaci, a difendere valori che purtroppo sembrano sentiti solo da una parte nel giorno che dovrebbe essere la maggiore festa civile del paese. Ma dopotutto anche in Francia il 14 Luglio ci ha messo un secolo per diventare tale. Finita l'orazione la Filarmonica Sestrese attacca l'Inno Nazionale che viene cantato e sentito e successivamente Bella Ciao, cantata da un pubblico più numeroso degli altri anni con voce ancora più forte e mani più espressive. Dopo la prima strofa simbolica si ferma e la gente continua a cantare così la banda riprende a suonare anche la seconda strofa. Sono questi i momenti in cui penso che dopotutto il genere umano non fi fa poi così tanto schifo. A casa, Milano, dove avrei voluto essere, me la guardo alla tv. Non è la stessa cosa me l'effetto lo ho avuto lo stesso.


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martedì, 19 aprile 2005

Ieri sera, all'ora di cena, la fumata sembrava bianca e il governo sembrava caduto. Oggi (ora) la fumata è stata bianca ma aspetto ancora parole dal Parlamento...


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mercoledì, 13 aprile 2005

Una delle cose che preferisco della mia giornata tipo è il fatto che la maggior parte delle volte ogni abitante della mia dimora si alza ad un'orario diverso dagli altri. Questo rende impossibile un'inutile cacofonia di voci umane che si accavallano in maniera distorta. Rendendo così il mio rapporto con gli esseri umani meno sofferto per il resto della giornata. Parlarmi prima del caffè è come immergere la mano in un acquario in cui sono presenti tutti i pesci della terra. La mano può incontrare il morbido pesciolino cinese con la stessa provabilità di essere morso da uno squalo o da un piranha. Nella solitudine dei miei fiocchi di cereali la tv del mattino sostituisce le crude novità sul mondo (sperando sempre, ogni volta che accendo la tv, di sentire una notizia che sogno dal 2001) alle delicate immagini costruite ad oc per le casalinghe in menopausa che descrivono un mondo che non c'è più. Visione banale ed edulcorata di un gusto estetico che in questa nazione non è più tenuto in conto, ma secondo me non è mai tanto esistito a livello di massa. Ora siamo tutti massa e abbiamo decretato un funerale, solo per poter piangere di fronte alle carrozzine e le culle belle epoque, ai bei vestitini anni '50 e mi chiedo perché, se ci piace tanto vederli, non possiemo con un po' di coraggio far vivere le immagini che ci piacciono tanto? E' incredibile come passato e presente convivano tanto, lo vedo in ogni angolo, ogni volto. Spogliando qualsiasi persona si può trovare un particolare che riconduca ad una memoria storica. Ma la bellezza è persa perché non la abbiamo mai avuta. Quello che secondo me rovina noi italiani è la radicata morale cattolica, se no non si spiega perché c'è così tanta gente che puzza. E guarda la bellezza da lontano senza il coraggio di farla sua. Ma intanto, giu per la via, il suono metallico registrato accompagna le stanche ruote rumorose sul selciato, è arrivato l'arrotino.


Postato da: des.esseintes a 17:10 | link | commenti (22)

sabato, 09 aprile 2005

Crescente odio per il sabato. Tutto il week end forse. Non forse. Si. Mi piace andare al cinema da sola. Mi piace fare compere da sola. Mi piace bagnarmi il viso con acqua gelida. Ma oggi voglio bagnarmi il viso di sole.

Ripeto, parole inutili e inutilità al potere.


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venerdì, 08 aprile 2005

La mia nuova occupazione di mercante d'arte da notevoli soddisfazioni. Giovane mascotte di una simpaticissima intellighenzia. L'ossessione che avevo da bambina per galatei e manuali di buone maniere ha dato i suoi frutti. Il cognome fa il resto e unendo i due cognomi che ho a disposizione raggiungo l'apoteosi. Il primo è uno dei più diffusi del nord ovest, il secondo compare solo in due lapidi in tutto il cimitero di Staglieno. Unendo vero interesse, anzi vero amore, per l'argomento e un'adeguata educazione nel campo raccolgo soddisfazioni. Ma la mia principale finalità è il mantenimento della memoria di una delle persone che più mi ha insegnato in tutta la mia vita. Un introito personale non mi interessa, dopotutto va a finire in una comune cassa destinata ad una nuova vita. Ma più pesi e più misure, a seconda del caso.  Un'alta taratura in qualsiasi caso. Ma la paura ad ogni esposizione è perdere un pezzetto della mia memoria storica. Di perdere la vista sul golfo Paradiso e le violente scogliere viste dalla casa di Camogli che da bambina chiamavo mia. Il maestoso albero di mimose e il delicato glicine della casa in cui vivevo. Lo so che arriverà un giorno in cui odierò vedere mimose ma non è oggi. E i mille particolari dipinti fuori e dentro la casa in cui ora vivo ma che presto dovrò abbandonare. Spero di averne ancora in futuro, oltre che i ricordi,  di quelle personali immagini. Volti, di chi c'è ancora e chi non c'è più. Colti nei particolari, nei colori, nelle psicologie da quella personalità granitica e assieme insicura proprio come la mia. Oggi sono stati scelti i cardi. Ho tirato un sospiro di sollievo, è un'opera che non mi mancherà ma la strada è ancora lunga.


Postato da: des.esseintes a 23:36 | link | commenti (10)

martedì, 05 aprile 2005

Colonna sonora

Nella mia visione totalmente fatalista della vita mi è sempre piaciuto paragonare questa grande e oscura cosa a un film. Almeno la mia vita è un film, un film di cui sono solo sceneggiatrice. La regia e il soggetto sono a me sconosciute come mi è sconosciuto l'autore. Siamo tutti come gli attori delle commedie dell'arte, con una vaga conoscenza del canovaccio su cui si divertono a inventare gag comiche sempre nuove. Molte volte ho insultato il regista ma ho sempre ammirato il curatore della colonna sonora. Questo altro essere a me sconosciuto si è avvicinato quasi alla prefezione in molti casi. Non posso contare i momenti in cui la musica suonata in qualche angolo ha rispecchiato i fatti della mia vita e i miei stati d'animo. Lo chiedo a tutti, a chi di voi non è mai capitato che dopo una serata romantica, o appena dopo aver conosciuto una persona che in quel momento avete ritenuto speciale, sentire nelle orecchie qualche suono che rispecchiasse i vostri sentimenti? Ad esempio "Wish You Were Here" dei Pink Floyd che esce dalle cuffie del walk man mentre aspetti l'autobus o "Playground Love" degli Air che esce dalle casse della radio nel programma radiofonico notturno che ascolta il tassista che ti sta riportando a casa mentre pensi che a quella persona potresti dare un'altra possibilità o a quel ragazzo che ti hanno presentato quella sera stessa, che ti piacerebbe rivedere un altra volta e parlarci come hai fatto fino a dieci minuti prima. In un momento in cui il mio senso di appartenenza ai luoghi e alle persone che avevano sempre fatto parte della mia vita erano al minimo storico, tornando a casa, il treno si è fermato nella stazione di Genova-Quinto mentre nel mio walk man c'era "Home" dei Depeche Mode e in quel momento si, ho proprio pensato, guardando il mare e il verde del parco, appartengo a questo posto. Ma quella stessa canzone la ho anche sentita mantre correvo verso il Locke di Camden Town, Londra. Sovraeccitata dall'essere nel posto che più amo al mondo, il proprietario di un banchetto di dischi usati stava facendo sentire quella stessa canzone ad un possibile acquirente, e la commozione e le lacrime sono state uguali sia li che nel quartiere periferico genovese. E la confusione da quel momento non si è più sciolta. Come per molto tempo l'ascolto al di fuori della mia cameretta di "Boys Don't Cry" dei Cure è stata accompagnata da malinconia e sguardi circospetti, come un vero presagio. Cosa che è stata più di una volta nella mia esistenza. Ma la più comica fu senz'ombra di dubbio la colonna sonora del mio esame orale alla maturità. Subito dopo aver udito il canonico "signorina può andare" da parte della presidente, sono corsa fuori dall'edificio del mio liceo artistico distribuendo all'aria gesti dell'ombrello e in compagnia di mia madre mi sono accomnodata nel bar che da questo dista meno di una decina di metri. Mentre ordinavo un negroni e mi accendevo la prima sigaretta dopo la "liberazione" la radio suonava "Another Brick in the Wall pt II". Iniziai a ridere con un misto di isteria e gioia, mentre la mia preoccupata genitrice chiedeva al barista di "farmelo leggero perché sono solo le 11". Ma chi non sorriderebbe per l'ovvietà in un film, a vedere la protagonista che sfreccia su una macchina con i capelli al vento e immensi occhiali neri sull'autostrada della Costa Azzurra a strapiombo sul mare mentre la radio trasmette "Je t'aime... Moi Non Plus"? O quel bacio, al quali i successivi non sarebbero stati altro che un'imitazione di quello stesso, al suono di "Imitation of Life" dei R.E.M., in cui in una sala stracolma era come se avvisassi solo due presenze delle quali una ero io. Era davvero un surrogato della vita che volevo, ma aveva davvero un gusto così buono. E tempo dopo, udendola uscendo da un negozio, non potei fare a meno di sbattere la faccia contro la vetrata.


Postato da: des.esseintes a 17:56 | link | commenti (41)

sabato, 02 aprile 2005

Entrare non mi poteva stupire perché nulla mi poteva stupire allora. Forse spaventare ma sapevo che finché quella mano morbida più grande della mia, la prima mano che mi aveva accarezzato appena ero venuta al mondo, rimaneva attaccata alla mia- piccola con le unghie mangiate e perennemente sporche dell'inchiostro di pennarelli- nulla avevo da temere. Le pareti bianche con qualcosa appeso sopra, non ricordo, forse disegni di bambini, io che entro in questo portone in qualche traversa di Via Venti, nella tutina rosa che avvolgeva un corpo più basso della media nazionale descritta dal "Quaderno della Salute" regalato da ogni medico generico ad ogni bambino e con un peso vicino alla metà da quello consigliato. Mi guarda, quella ragazza sorridente dai lunghi riccioli castani, mentre gioco, stringendo a se un quaderno in cui ogni tanto scrive. Ma non glielo ho detto che so leggere, perché ho imparato guardando le insegne sotto casa, così guardo, ma tanto non lo sa. E le piacciono i miei disegni, i bruchi sulla carta, troppo sottile perché sono abituata agli F4, che diventano purpuree farfalle. Bellissime e maestose, così come io spero, un giorno, di diventare un bellissimo essere umano. Ma poi, quel giorno, non so dopo quanti non lo so, mi porge le bamboline. Il polizziotto con il berretto, lo riconosco, il pompiere, il cuoco, la cameriera li riconosco tutti. Figure generiche di un uomo, una donna, un bambino, che sono l'unica a non chiamare "papà mamma figlio" e poi, purtroppo, la bambolina con il camicieda medico. E sto zitta perché capisco, è quello che sei tu. e non possiamo più essere amiche e giocare assieme, perché tu sei della stessa specie di chi mi ha fatto male. Di chi mi ha prosciugato il sangue con le siringhe fino a farmelo uscire dal cuore, che mi ha infilato aghi nella carne che mi hanno ferito fino all'anima, ricucendo le ferite quando non ti avevo chiesto di farlo, che mi ha dato medicine che mi hanno fatto vomitare, che mi ha dato l'anestesia dicendo "starai meglio dopo" quando sono solo stata peggio, che mi ha riattaccato la flebo mentre me la strappavo, ancora non coscente per la dormia. E non possiamo essere amiche, perché ora capisco che se sono qua vuole dire che pensi che io abbia un problema. Io non voglio avere un problema. Tu sei il mio problema, il dolore che mi dai, il dolore che ho. Che cosa ho fatto per averlo? Perché? Che colpa ho? Mamma perché non me lo fai passare? Ti prego non ce la faccio più! Prendi questo che ti passa. ma è amara, non lo devi tenere in bocca prendi un po' d'acqua e butta giu. E un sonno un sonno che non avevo mai conosciuto prima, ma però non passa. Ma dormo. le mie minuscole unghie iniziano a graffiare la carne delle mie braccia, senza accorgermene. E continuo a non parlare. Perché ho capito e me ne voglio andare via di qui. Ti ho sopravvalutato. "rifiuto dell'autorità", cara psicologa infantile, da te mi aspettavo di più.


Postato da: des.esseintes a 20:09 | link | commenti (12)

 

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